Quante volte respiriamo in un giorno?

Intervista alla dott.ssa Claudia Finocchiaro – Psicologa e Psicoterapeuta

4 Dic
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Abbiamo rivolto una breve intervista alla dottoressa Claudia Finocchiaro, ecco le sue risposte ricche di consigli e indicazioni preziosi per i pazienti di Fibrosi Polmonare Idiopatica e i per loro parenti.


Il momento del passaggio all’ossigeno terapia è una fase delicata, molti pazienti tendono a rimandare questo momento, mentre invece è fondamentale seguire le indicazioni dei medici.

Ha qualche suggerimento da dare ai pazienti per aiutarli ad accettare l’ossigeno nella propria vita e per facilitarli in questo delicato momento di passaggio?

 

Dott.ssa Finocchiaro: È vero che i pazienti fanno fatica ad accettare l’ossigeno terapia, spesso a causa del macchinario, ingombrante e vistoso. La resistenza ad utilizzarlo può nascere dalla paura dell’immagine di sé che possono dare alle altre persone.

In realtà l’ossigeno e la respirazione sono fondamentali per potersi garantire una buona salute in tutto il corpo e anche a livello a mentale. È importante che i pazienti possano trovare qualche strategia che gli consenta di vivere bene questo momento. Le donne per esempio usano delle borse a tracolla che nascondano il macchinario, gli uomini invece preferiscono degli zaini che possano tenere sulle spalle in modo che sia più facile da trasportate, meno di ingombro e meno visibile.

Sicuramente bisogna sottolineare l’importanza dell’ossigenazione e della respirazione, quest’ultima spesso è collegata anche a degli stati emotivi, emozioni forti come ansia e agitazione incidono sulla frequenza respiratoria, avere un controllo delle proprie emozioni è di grande aiuto.

Nei fenomeni di crisi di ansia o di attacco di panico, infatti, il sintomo principale è la mancanza d’aria, quando le persone vivono una situazione particolare per via della malattia, possono avere la percezione che gli manchi l’aria. Questo mancar d’aria, legato a una crisi di ansia, è facile che venga confuso con una crisi respiratoria. Per questo è necessario che i pazienti sappiano discriminare quando manca il fiato per qualcosa di emotivo e quando manca il fiato perché c’è qualcosa di organico.

Nel mondo della psicologia ci sono delle tecniche strutturate che servono proprio per insegnare a controllare e conoscere il respiro. Una tecnica, ad esempio, consiste nel fare inspirazioni profonde e gli espiri che siano lunghi almeno il doppio dell’inspiro, molto calmi e regolari, in modo da rallentare il ritmo respiratorio. Molto spesso infatti quando una persona si agita ha come la sensazione di fame d’aria e fa dei grossi inspiri senza darsi il tempo di fare degli espiri adeguati, questo accresce ancora di più la crisi respiratoria e l’ansia. Riuscire a generare un respiro calmo e regolare aiuta a calmare l’ansia. Le tecniche esistenti per calmare l’ansia sono molte e affidarsi a un esperto (psicologo o psicoterapeuta) è il modo migliore per apprenderle.

 

In caso di diagnosi di IPF rivolgersi a uno psicologo dà la possibilità di esercitare un allenamento che aiuta a discriminare cosa è organico e cosa è generato da fattori di natura emotiva (rabbia, agitazione, terrore, paura).

 


Il nostro progetto muove dall’idea che i pazienti spesso si identificano e vengono identificati con la loro malattia, mentre per mantenere un livello dignitoso della propria vita è importante riconoscersi come persone prima che come malati. Cosa possono fare concretamente i pazienti per migliorare la loro qualità della vita?

Dott.ssa Finocchiaro: Anche la psicologia cerca di fare questo lavoro, l’obiettivo è quello di lavorare con la vita che ancora c’è. Trovare delle strategie che aiutino le persone a godere di quello che hanno ancora a disposizione.

Cercare di guardare le emozioni che si provano dentro è una strada importante, oggi siamo spaventati dalla tristezza che alcuni pensieri possono generare, ma la tristezza è un’emozione spesso funzionale a un cambiamento: prima si è molto tristi e si soffre ma dopo si trova l’energia per reagire. Molte persone riescono a farlo da sole, vivono dei momenti di trasformazione e di cambiamento, passando attraverso stati di tristezza o di rabbia ma che poi si trasformano in possibilità di crescita, di cambiamento, di produzione di idee positive.

Alcuni medici tendono a sovrautilizzare gli antidepressivi quando viene diagnosticata una malattia cronica e degenerativa, sicuramente sono un ottimo strumento che va utilizzato quando ce n’è bisogno, ma è bene lasciare che una persona possa darsi il tempo per affrontare i sentimenti generati dalla diagnosi. Provare a lasciare un po’ di margine di tempo per vedere se la persona partendo da quella tristezza riesce a mettere in atto dei meccanismi positivi di reazione.

Senz’altro non è sempre facile vivere queste emozioni, per questo non bisogna aver paura di avvalersi dell’aiuto di uno specialista.

 

Emozioni come la rabbia, la tristezza e la paura non vanno viste a priori come qualcosa di brutto, da evitare per forza, anzi molte delle evoluzioni e dei cambiamenti che mettiamo in atto nella nostra vita, anche in senso positivo, sono legati al fatto che proviamo una sofferenza di qualche tipo, altrimenti non cambieremmo.

 


Alcuni pazienti hanno degli hobby a cui si dedicano, quanto è importante psicologicamente coltivare i propri hobby e dedicarsi ad attività che fanno stare bene? Può avere delle ripercussioni positive anche sulla salute?

Dott.ssa Finocchiaro: Gli hobby e le passioni hanno benefici sia a livello fisico che mentale, fa molto bene trovare qualcosa in cui investire il proprio tempo.

Quello che ci fa più preoccupare come medici è quando vediamo qualche paziente che non riesce a trovare nessuna risorsa, che non riesce più a trovare senso per nessuna delle cose della vita, una sorta di appiattimento, uno stile di reazione positivo è invece quando vediamo le persone che reagiscono e che trovano degli stimoli, che riescono a fare qualcosa di bello per sé e per gli altri.

Se una persona sta bene emotivamente qualcosa di piacevole da fare lo trova nonostante le difficoltà e i limiti che la patologia crea, al contrario, se emotivamente non sta bene, difficilmente troverà qualcosa che possa dargli piacere. Mi capita per esempio di vedere persone che si dedicano alla lettura o a tutte quelle attività che non danno problemi con l’ossigeno, sono veramente tante le attività che si possono fare anche nella propria quotidianità che diano un senso, sollievo o piacere.

Quando una persona sta male emotivamente invece è difficile che riesca a trovare piacere anche nelle cose che prima gli piacevano. Richiedergli di farlo spesso è richiedere uno sforzo che fa star male, che appesantisce il paziente. In questi casi possono crearsi delle dinamiche familiari negative, per esempio di rabbia, i parenti fanno fatica ad accettare il rifiuto del paziente di fare qualsiasi attività, mentre il paziente si sente non capito e obbligato in cose che non lo aiutano a star bene.

Spesso i parenti dei pazienti sono più emotivamente compromessi, più ansiosi, più angosciati dei pazienti stessi, quindi ogni tanto può capitare che si ribalti un po’ il ruolo di cura, diventa il paziente che fa qualcosa

per risollevare il morale del parente, questo in qualche modo lo fa stare meglio perché si sente di agire una funzione di cura per le persone a cui vuole bene.

 

Cercare di star bene emotivamente, di affrontare ed accettare la patologia, è il primo passo per potersi concedere di vivere del tempo di qualità dedicandosi ad attività che diano piacere.

 


Essere vicino a un malato di IPF e accompagnarlo nella malattia non è facile, anzi è senz’altro un ruolo molto impegnativo non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Che consigli può dare ai parenti per aiutarli?

Dott.ssa Finocchiaro: Ai parenti consiglio di prendersi cura di loro stessi, perché non esiste un processo di assistenza che funzioni bene se loro per primi non stanno bene. Se sono stanchissimi fisicamente, esauriti emotivamente, faranno molta fatica a prendersi cura del loro caro. Devono trovare una strategia per star bene: ritagliarsi un momento per sé stessi, dedicarsi a un’attività, preservare uno spazio di piacere, qualcosa che li faccia star bene. Lo devono fare non solo per loro stessi ma anche per le persone che hanno intorno, perché sicuramente accumulano meno rabbia e meno sofferenza.

Un’altra cosa che devono fare è gestire bene le comunicazioni con i pazienti, perché spesso succede che ci siano dei meccanismi di protezione da parte del parente nei confronti del paziente che fanno sì che il parente cerchi una comunicazione privilegiata col medico e che filtri tutte le comunicazioni che arrivano al paziente. Nella maggior parte dei casi quello che succede è che quando parlo con i pazienti, i pazienti mi dicono che sanno già tutto ma che fanno finta di non sapere molte cose perché vedono i loro parenti in difficoltà. Si generano delle dinamiche comunicative di chiusura in cui il parente non dice niente per non ferire il paziente e il paziente non dice niente per non ferire il parente, quindi tutti sanno ma non se ne parla insieme. Così facendo si vivono questi argomenti in completa solitudine, con più angoscia, con più sofferenza, senza la possibilità di poterli condividere. È quindi importante avere la disponibilità sia da parte del parente che del paziente di poter parlare di tutti gli argomenti senza resistenze e segreti, favorendo in questo modo il legame e tutti i processi di amore e di cura. Se il parente è troppo sobbarcato dalle questioni pratiche o dalle angosce di quello che succederà però sarà difficile che riesca ad avere la giusta predisposizione.

A causa delle preoccupazioni per il proprio caro malato, può capitare che il parente abbia la percezione di non potersi prendere cura di sé stesso, arrivando ad ammalarsi e stare male a sua volta. In questo modo la situazione si complica molto. È meglio invece intervenire subito e non trascurarsi, ci sono tante strategie che si possono imparare a mettere in atto per salvaguardarsi e stare meglio. Chiedere aiuto non è una colpa. Non bisogna aver paura di farsi aiutare, è una cosa molto bella poter condividere preoccupazioni e pensieri con qualcuno che non fa parte del nucleo familiare.

 

È molto importante rivolgersi ad uno specialista, psicologo o psicoterapeuta, sia per il paziente che per i parenti per avere un supporto e la possibilità di apprendere degli strumenti che aiutano a star meglio da un punto di vista emotivo e fisico.

 

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